KARIBU ZANZIBAR

 


IL VIAGGIO

Zanzibar, l’isola delle spezie è la seconda tappa della nostra Honey Moon alternativa. Certo, il “triangolo non l’avevo considerato”, ma Elisabetta si è sposata con noi, quindi non abbiamo minimamente pensato di non portarla. Ma poi avete presente che esperienza per una bambina di 5 anni?  Volo interno prenotato come il primo viaggio verso il Kenya sempre con Cheope Viaggi ( CONTATTI: tel. 011.8210184  - fax 011.8210825 e-mail info@cheopeviaggi.it): Mombasa- Nairobi, Nairobi- Zanzibar. 

Primo (e per fortuna unico) inconveniente, il secondo volo viene spostato di tre ore per motivi tecnici, ma facciamo nostra la frase più ricorrente in questo splendido paese: “hakuna matata”, che tra le varie traduzioni possibili, la migliore sembrerebbe “nessun problema” - avrei in mente una traduzione romana, ma è meno fine - e attendiamo il volo successivo. Il taxi prenotato con la struttura in largo anticipo ci attende fuori e dopo una serie numerosissima di controlli lo raggiungiamo. Controllo delle avvenute vaccinazioni Covid (Elisabetta avendo 5 anni è esonerata), controllo dei passaporti, scanner delle impronte digitali elettronico per gli adulti, fila per il visto (che abbiamo comprato online con largo anticipo e stampato a colori- ci sono però desk dove è possibile comprarlo anche in aeroporto). Siamo fuori Stone Town e in circa 45 minuti di tragitto arriviamo a destinazione. Durante il percorso l’addetto alle escursioni ci inonda di parole e spiegazioni, ma siamo stanchi e non riusciamo ad assorbire completamente quanto ci racconta. 


JOYA VILLA

Per questa seconda tappa abbiamo scelto una villa privata nell’area di Jambiani: Joy villa si dimostra essere la scelta perfetta. Un angolo di paradiso con vista mare (la mia recensione su Tripadvisor, per leggerla copia e incolla il seguente link:

https://www.tripadvisor.it/ShowUserReviews-g635745-d17810379-r869498201-Joya_Beach_Suites_Villa-Jambiani_Zanzibar_Island_Zanzibar_Archipelago.html?m=19905).

Generalmente il nostro viaggio ideale è il Fly&drive in alberghi di categoria medio alta (dove con alta non intendo alberghi di lusso, ma con servizi che riteniamo corrispondano alle nostre esigenze, vicine al centro, in offerta, recensiti da altri viaggiatori o suggeriti su gruppi Facebook ai quali mi sono precedentemente iscritta per carpire quante più dritte possibili). Ma questo è il nostro viaggio di nozze e ci siamo concessi un lusso: villa privata con piscina direttamente sul mare, in formula mezza pensione. Tutti i giorni scegliamo tramite QRcode la colazione e pranzo o cena inviando la richiesta tramite whatsApp al nostro meraviglioso “Butler”: una sorta di maggiordomo tuttofare. 

Come prima mattinata passeggiamo lungo la spiaggia e respiriamo la tranquillità che immaginavamo. Scopriamo infatti con piacere che è la zona meno battuta di Zanzibar. Perfetto, ciò che desideravamo. 

Zanzibar si dimostra essere diversa da Watamu, dove eravamo la settimana precedente. Forse questa è più turistica. Ce ne rendiamo conto dalla maggior pulizia, dagli odori meno invadenti che arrivano ai nostri nasi, dai Beach boys meno insistenti, dai taxi al posto dei Tuc Tuc che però facevano tanta atmosfera. 

Compriamo qualche souvenir, incontriamo numerosi Masai bellissimi nei tipici abiti: ci propongono massaggi, manufatti e giri dell’isola. 

La fame si fa sentire e sul nostro cammino incontriamo Duyen, un ristorante vietnamita.

La pacatezza dei camerieri, i loro sorrisi e la musica accompagnano il nostro pranzo a base di noodles che Elisabetta adora. Sparse qua e là alcune amache. La nostra piccola dopo diversi tentativi riesce a salire da sola e persino a dondolarsi. Lo so che a di molti questa non sembra un’impresa titanica, ma diciamo che Ely annovera sicuramente numerose qualità, ma l'essere ginnica non è una di queste.

(Profilo Insta: https://www.instagram.com/duyenhomecook)





EASYZANZIBAR

Da casa Alessandro aveva scovato un’escursione in quad. Così dopo aver letto in lungo e largo la proposta di Easyzanzibar mi convinco (https://easyzanzibar.com). 

Ero scettica dopo un’esperienza negativa con tanto di caduta a Capo Verde, ma quella faceva parte della mia precedente vita. 

Dopo pochi minuti di taxi raggiungiamo la nostra guida. Casco per tutti: Elisabetta sale con babbo (sa che è responsabilmente spericolato e il divertimento la solletica), io ho il mio quad e con noi oltre la guida, una coppia di arabo-parigini. Paesaggi cha cambiano continuamente, strade sterrate, vista mozzafiato: raggiungiamo un villaggio accolti da bambini che ci corrono incontro, che vogliono battere il cinque, che sorridono e gioiscono di una semplicissima caramella. Una vecchia signora intreccia con disinvoltura corde che serviranno per l’impalcatura delle loro case.

Devo ammetterlo, è stata un’esperienza divertente e appagante. E tutto sommato è stato bello sentir ridere di gusto mia figlia mentre sgommava con il padre, avvicinarsi al mio mezzo e dirmi “mamma, mangia la nostra polvere!”.
















La casa dove alloggiamo propone tra le diverse escursioni un giro sulla tipica canoa in legno, la Ngalawa. Dovrebbe durare mezza giornata, escursione con maschere, frutta fresca, si va a vedere la barriera corallina…

Così ci alziamo presto, dopo aver issato le vele alle 9 partiamo. Un paio di bordi, mangiamo frutta freschissima, ma troppa a distanza di un’ora dalla nostra colazione e rientriamo senza alcuna spiegazione dopo un’ora scarsa. 

Senza aver visto la barriera o aver utilizzato la maschera. Arriviamo dalla Sardegna, lo viviamo quotidianamente il mare…e a saperlo avremmo organizzato la mattinata diversamente. 

Delusi cerchiamo alternative per i giorni seguenti.










ALADINO, IL GENIO DI ZANZIBAR

Cerco sul gruppo Facebook “Zanzibar- italiani in vacanza” qualche consiglio e mi imbatto in Aladino https://www.instagram.com/aladinotours_

Mandategli un messaggio prima di partire, vi invierà il file con le varie proposte, ma lasciatevi anche consigliare. Parla benissimo italiano coniugando verbi meglio di tanti italiani che conosco, è divertente, conosce molte cose e sciorina proverbi che ci obbligano a ridere per tutto il tempo che trascorriamo con lui. 

E' quello che viene definito un self made man. I taxi che utilizza sono molto puliti, la guida dei suoi collaboratori è tranquilla (e per quelle strade significa tanto).

È una persona affidabile che rispetta il turista e non lo tratta come un salvadanaio. 

Primo giro con lui andiamo a vedere il ristorante The rock del quale abbiamo sentito tanto parlare prima di partire (purtroppo c’è bassa marea e alla vista è un pò deludente rispetto all’idea che ci eravamo costruiti vedendo le varie immagini. Avremmo voluto prenotare per una cena, ma leggendo le varie recensioni e sentendo i commenti delle persone del posto cambiamo idea) e si termina la serata in un locale.










SUNSET BAR

Aperitivo al Kae Beach: lasciate le ciabatte sul taxi per favore e godetevi tutto il resto. 

A bocca aperta andiamo verso la spiaggia, assaporiamo in ordine un tramonto mozzafiato, birra locale, samosa di carne meravigliosi e musica lounge. Dopo il tramonto alcuni ballerini si esibiscono in un breve spettacolo sotto un limbo infuocato, eseguendo acrobazie con estrema leggiadria e coinvolgendo infine il pubblico (la sottoscritta e la piccola comprese) in balli di gruppo. Sudati, stanchi, ma felici rientriamo a casa per l’ora di cena. 

Per vivere così, meglio non morire mai. 

https://www.instagram.com/kae_beach_zanzibar

Aladino si è garantito la nostra fiducia, così gli chiediamo di organizzarci la giornata seguente. Vogliamo solo raggiungere una scuola a nord, a Kendwa.

Abbiamo appuntamento alle 10.30 (l’ora della ricreazione….) con Marco Pugliese, compare di un nostro amico di Roma che un paio di anni fa ha aperto una struttura la quale “ospita” una sessantina di bambini diversamente abili: la Donnino’s family school (https://www.facebook.com/groups/zanzibarhelp).

Non vorrei semplificare in poche righe quanto queste persone facciano, ma risulta difficile trasmettere quanto si presenta davanti a noi. Ascoltiamo attentamente le parole di Marco che con disinvoltura ci racconta di come questi bambini diversamente abili rappresentino lo scarto della società. Marco e le sue collaboratrici hanno bussato alle porte di queste famiglie e si sono fatti carico di portarli a scuola. Alle 6 del mattino due pulmini raccolgono letteralmente questi bambini e offrono loro una via d’uscita. Hanno fatto capire a queste famiglie che esistono altri bambini disabili, che non sono feccia. Hanno offerto una possibilità di inserimento in questa società. Sordi, spastici, autistici e chi più ne ha più ne metta imparano matematica, grammatica e a cantare nella lingua dei segni, ma soprattutto a convivere e condividere. Sorridono, anche con gli occhi. Ci abbracciano, baciano, battono il five, accarezzano la barba di Alessandro. 

Rimanere impassibili è impossibile, scusate il gioco di parole. 

Le lacrime sgorgano senza che tu te ne possa rendere conto. Ti senti piccolo e impotente, anche se in fondo qualcosina possiamo farlo. Personalmente raccoglierò medicinali da inviargli (contattatemi se ne avete) e posto qui sotto i riferimenti per quanti volessero eseguire un bonifico. I soldi servono più di tutto: per pagare le insegnanti specializzate nel “sostegno”, per costruire altre classi più confortevoli, per portare avanti questo progetto.

Sono una maestra della scuola primaria e sorrido alle mie lamentele sulla Lim che non funziona, sulla mancanza di materiale. Giustamente però ognuno di noi fa i conti con quanto ha a disposizione: qui oserei dire nulla. Le famiglie qui affidano i loro figli alle maestre.  I genitori dei miei alunni, sempre sorridendo, spesso mi danno consigli su come insegnare. Ah la fiducia…

La sensazione è paragonabile ad un pugno nello stomaco.





 






Riprendiamo emozionati la nostra escursione. Arriviamo nella piantagione delle Spezie. Piove molto così ci viene offerta una foglia di banano come ombrello, ma la pioggia è insistente e ci ripariamo sotto una specie di pensilina. Elisabetta ha fame e io non ho più nulla. Spunta dagli alberi uno dei ragazzi della cooperativa con un vassoio meraviglioso di frutta fresca. 

Karibu, benvenuti. Spiove come per magia e ci incamminiamo cercando di non calpestare uno dei numerosi millepiedi che spuntano dal fango. 

Frutto del pane, ananas che fanno capolino dalla terra, frutto della passione, spezie di ogni genere: ci dimostriamo incapaci di riconoscere all’olfatto anche le più semplici. Chiodo di garofano, cardamomo, vaniglia, noce moscata…

Assaggiamo per la prima volta il Jack fruit, un misto sublime tra banana e ananas.

L’uomo del cocco si arrampica sull’albero intonando Hakuna Matata, ridisceso ci offre un frutto per berne il succo e assaporarne la polpa. Ovviamente alla fine del percorso ci sono un paio di bancarelle con i prodotti della cooperativa: olii da massaggio, spezie, creme, profumi che imitano alcuni dei più conosciuti, saponi ai fiori,… 

La giornata si conclude a Stone Town. Attraversiamo le strade della città passando per il mercato accompagnati dalla nostra guida “Papero”. Bancarelle del pesce (scordatevi l’abbattitore), macelleria ambulante  (frigorifero questo sconosciuto), cornici intagliate, stoffe, carrettini della frutta,… 













Arriviamo alla casa di Freddie Mercurie, ai nostri occhi una tappa troppo turistica, così proseguiamo oltre. Finalmente, all’alba delle 17.30, la nostra guida ci libera per mangiare qualcosa in un ristorante sulla baia. 

Rientriamo a casa anche oggi con un bagaglio di emozioni ed esperienze più pesante. 

Un pomeriggio lo spendiamo a Paje, la zona dei surfisti. Il taxi su nostra richiesta ci lascia vicino al B4, un locale sulla spiaggia dove leggendo su Easyzanzibar sembra facciano ottimi panini con hamburger. Ma il locale non ci attrae così camminiamo lungo questa immensa distesa bianca tra Masai che propongono le loro bancarelle, mucche che pascolano a riva lasciando ricordi, ragazzi che si allenano alla boxe o che prendono lo slancio con il kite-surf. 

Ci fermiamo da “Hello capitano Zanzibar” attratti da un’altalena che si slancia verso il mare, ma il nostro incantesimo romantico viene spezzato dalla mancanza di alcool e birra. Proseguiamo e un “buttadentro” ci invita in uno dei tanti bar della spiaggia, dove il servizio è molto lento, non hanno wifi e recuperano la nostra birra dal bar accanto. 

L’Ocean, ristorante del quale ho letto su Tripadvisor, è la nostra meta successiva. 

https://www.tripadvisor.it/Restaurant_Review-g616020-d2444638-ReviewsOcean_Restaurant-Paje_Zanzibar_Island_Zanzibar_Archipelago.html

Un aperitivo con piedi nella sabbia, samosa ottimi, gin-tonic non male e chips ci convincono a fermarci anche per cena. Elisabetta inoltre è molto stanca quindi connubio perfetto. Ordiniamo per lei Fish&chips che arrivano molto velocemente e per noi un Seafood grilled, un piatto ottimo e abbondante. Forse il posto migliore dove abbiamo cenato in questa settimana. Mudi, il cameriere che ci ha seguiti, è simpaticissimo e molto cordiale. 

A dir il vero in queste due settimane non abbiamo incontrato persone scontrose o poco inclini alle relazioni sociali: tutti sorridono, la maggior parte di chi ti incrocia per strada ti saluta. 

L’ultima giornata vorremmo trascorrerla senza girare in lungo e in largo, chiediamo consiglio ad Aladino che ci propone Secret Beach (a detta di chi c’è stato è meglio della spiaggia del film in the Beach) e Cave Maalum. Non abbiamo voglia di salire e scendere dal taxi, ma il messaggio del nostro “genio” è subliminale: “davvero non volete venire a cave??????????). La spunta e, oserei dire, per fortuna. Cave è un luogo magico, una piscina naturale quasi a nostra completa disposizione. Ci forniscono scarpe per le rocce e salvagente per Elisabetta che abbandona dopo il primo tuffo. Soddisfatti torniamo come qualche sera prima al Kae beach. Un giro sulla spiaggia a piedi nudi al tramonto, gli ultimi souvenir, qualche birra, samosa, pollo fritto per Ely e un altro piatto africano del quale non ricordo il nome per noi. Balliamo felici e rientriamo a casa consapevoli che porteremo nel cuore tanti ricordi.

MAL D’AFRICA

Non era la mia prima volta in questa terra, ma ogni volta divento più consapevole di cosa sia il Mal d’Africa. Non è un modo di dire, ma il loro modus vivendi che si insinua nella tua testa. 

E’il vederli sorridere anche davanti al non possedere nulla, è guardare un bambino mentre gioca con la ruota di un’auto, è la musica, sono gli odori che ti entrano nelle radici, i sapori, i tramonti da “wow”, la fatica che ha una forma diversa, non certamente più leggera. Sono gli occhi penetranti di quelle persone, i colori sgargianti dei loro tessuti, la frutta che ha un sapore “più tutto”. 

E’ il rendersi conto che forse noi ci arrabbiamo e portiamo rancore per poco. 

Il mal d’Africa non si può spiegare a chi lì non c’è mai stato. Hai un unico modo per tollerarlo: prometterti che prima o poi tornerai. Per ora rientri a casa canticchiando Hakuna Matata e sognando quel caldo che ti scaldava persino il cuore.

Asante sana Africa.  Grazie Africa.


N.B. Ringrazio mio marito- anche se mi fa strano- (la cosa strana non è ringraziarlo, ma chiamarlo marito) per le fotografie. Non sono tutte sue, ma quando le trovate particolarmente belle, di sicuro non sono le mie.































 



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